Il Giardino di Elena, donna comune testimone di nonviolenza

Copia di IMG-20171110-WA0006Avenza è una frazione del comune di Carrara ma è anche una piccola orgogliosa città ribelle, terra di anarchici e repubblicani, luogo natale di Gino Lucetti, l’anarchico che attentò alla vita di Benito Mussolini, e di numerosi militanti antifascisti. Il corso principale è intitolato a Gino Menconi, prima repubblicano poi comunista, a lungo in prigione e al confino durante il Ventennio, quindi in montagna col nome di battaglia “Renzi”, infine ucciso nell’ottobre del ’44 in un agguato teso dall’esercito tedesco durante una riunione di capi partigiani sull’Appennino parmense.

Alla fine di via Menconi, sulla sinistra percorrendo il senso di marcia obbligato, c’è un giardino che ha appena preso un nome: è stato intitolato a Elena Guadagnucci, “cittadina di Avenza, vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema”, come si legge sulla targa scoperta il 10 novembre con una piccola, insolita cerimonia. Nata nel 1901, due anni dopo Menconi e uno dopo Lucetti, Elena non è stata né un’antifascista né una partigiana e tanto meno una protagonista della vita pubblica. Eppure la sua città natale ha scelto di onorarla con un’azione di “toponomastica femminile” che allarga anche il campo della memoria della resistenza e della “guerra di liberazione” oltre i canonici confini.

Di umili origini, Elena si trovò nel ’34 ad affrontare un cruciale dilemma esistenziale: ancora nubile, l’annuncio della sua gravidanza avrebbe fatto scandalo, in famiglia come fra conoscenti e amici. In aggiunta, il padre del nascituro era un uomo in vista di Avenza, sposato e padre di famiglia, probabilmente innamorato di lei ma per nulla intenzionato a lasciare moglie e figli. Dunque, che fare? Abortire, come tante “servette” come lei facevano a quel tempo? O portare avanti la gravidanza, magari lontano da sguardi troppo curiosi, e consegnare il neonato a un istituto per orfani? Elena scelse la via più difficile: tenere il bambino e vivere la propria condizione di madre senza un uomo accanto.

 

La parola “single” a quel tempo nemmeno esisteva, ma lei non si scoraggiò e affrontò le conseguenze della sua scelta: il ripudio da parte della famiglia d’origine, la necessità di lasciare Avenza e cominciare una vita altrove, nella vicina Versilia. La nascita di Alberto e i dieci anni vissuti serenamente con lui ripagarono Elena delle sofferenze patite nel luogo natale. Poi arrivò la guerra. Nell’estate del ’44, dopo l’ordine di sfollamento impartito dall’esercito tedesco attestato lungo la Linea Gotica, Elena salì con Alberto in un paesino di montagna tanto remoto e poco raggiungibile da sembrare sicuro nonostante il fronte così vicino. Era Sant’Anna di Stazzema.

 

La mattina del 12 agosto Elena pagò con la vita la scelta di restare sulla soglia di casa, convinta che le colonne di SS cercassero uomini adulti, potenziali partigiani, e nient’altro. Non era così. Quella di Sant’Anna di Stazzema fu la prima “strage eliminazionista” di quella tragica estate: circa 400 morti, un eccidio di donne e bambini. Alberto quella mattina disobbedì alla madre e non restò col lei ad attendere i soldati tedeschi ormai in arrivo: seguì un amico che s’era incamminato nel bosco al seguito del nonno, lui sì timoroso, in quanto maschio adulto, d’essere portato via dalle SS. E’ la storia raccontata dal sottoscritto nel libro “Era un giorno qualsiasi”.

 

La gente di Avenza nel dopoguerra aveva quasi perduto la memoria di Elena. Le lapidi, su a Sant’Anna, la indicavano come residente a Pietrasanta; i familiari – madre, sorelle e fratelli – l’avevano bandita e non si erano interessati alla sorte di Alberto nemmeno dopo la strage; per tutti gli altri valeva la consegna del silenzio e dell’oblio. C’è voluto l’intervento di due giovani donne legate ad Avenza, Claudia Buratti e Francesca D’Angelo, per ricostruire la vicenda di Elena e riconsegnarla alla storia della cittadina. Francesca ha raccolto le voci ancora circolanti fra le donne più anziane del paese, Claudia ha rimesso insieme i frammenti di una biografia oscura e sommersa. Il resto è storia di questi mesi. L’uscita del libro, una riuscitissima ed emozionante presentazione ad Avenza, la proposta di riportare Elena a casa con tutti gli onori, intitolandole uno spazio pubblico in quanto testimone di scelte e vicende esemplari, degne d’essere ricordate.

 

 

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Elena aveva lasciato Avenza per sottrarsi a pressioni e maldicenze e seguire il suo desiderio di maternità: una scelta di libertà compiuta in tempi difficili e quindi particolarmente significativa. E poi Elena è stata testimone di ciò che gli storici hanno chiamato “guerra ai civili”, una guerra interna alla guerra più grande, quella combattuta dai tedeschi e dai repubblichini contro gli Alleati, e interna anche alla “guerra civile” che opponeva italiani a italiani, partigiani a fascisti. Ma la “guerra ai civili” – con migliaia di persone eliminate senza vergogna e senza rimorso perché considerate vite superflue –  non è stata né un’invenzione né una specialità dell’esercito tedesco e dei suoi reparti speciali.

 

Tutte le guerre, da quella definita “Grande” in poi, sono principalmente guerre ai civili.  Ecco perché la targa indicante il  Giardino Elena Guadagnucci è stata coperta, prima dello svelamento, con due bandiere arcobaleno, invece che col drappo tricolore previsto dal protocollo. Le parole “Pace” e “Nonviolenza”  campeggiavano sulle due bandiere a indicare qual è la direzione di marcia che il piccolo gesto compiuto ad Avenza vorrebbe indicare: evitare che la memoria delle stragi, così drammatica e presente nel vissuto popolare, resti rinchiusa e quindi neutralizzata dentro la cornice oggi prevalente, ossia il rito pur lodevole della dichiarazione antifascista, il sollievo pur comprensibile per avere sconfitto all’epoca il fascismo e l’occupante tedesco, il pur sentito e apprezzabile omaggio alle vittime. Ci vuole qualcosa in più.

 

La memoria delle stragi non può essere un rito consolatorio bensì un progetto che genera pensiero e azione. Chi sale in quei luoghi, specie se ha ruoli di potere (ma il discorso vale per chiunque), dovrebbe abbassare la testa, sentirsi a disagio e domandarsi se non sia complice delle Sant’Anna e delle Monte Sole venute dopo il ’45 in altre parti del mondo, delle guerre in corso per quanto siano definite necessarie, democratiche o umanitarie, della distinzione accettata socialmente fra le nostre vite degne di protezione e le “vite che non contano” destinate all’esclusione e all’annientamento.

 

In tutti questi anni non abbiamo fatto davvero i conti con l’autentica, profonda e vasta eredità che la storia dell’occupazione e della liberazione ci consegna. Ercole Ongaro nel suo prezioso libro “Resistenza nonviolenta in Italia 1943-45” ha individuato ben dieci forme di resistenza individuale e collettiva al nazifascismo (oltre quella armata dei partigiani) e altri storici e storiche hanno messo a fuoco episodi e protagonisti  della lotta disarmata, ma non per questo inefficace, condotta da tante persone e comunità.

 

Le storie e le scelte di tanti anonimi resistenti e resilienti senz’armi si sommano a ciò che le vittime delle stragi rappresentano e insieme compongono un patrimonio di esperienze e di idee oggi più prezioso che mai, perché alla retorica della “guerra necessaria e globale”, del “non c’è posto per tutti”, ai muri alzati dall’Europa Fortezza si può rispondere con l’indipendenza di giudizio, con l’azione personale, con la disobbedienza civile, con la ribellione alle disumane prescrizioni del senso comune, prendendo ispirazione da come vissero e come morirono tante persone che dovremmo considerare indimenticabili.

 

Ad Avenza in fondo alla via dedicata a Gino Menconi, antifascista e dirigente di partito, poco lontano dalla piazza intitolata a Gino Lucetti, testimone di un modo estremo e risoluto di lottare contro la tirannia, esiste ora anche un giardino intestato a una persona comune, una donna semplice che si è trovata ad attraversare a modo suo le pressioni e le oppressioni della storia. Una donna la cui storia può suscitare riflessioni nuove e anche aiutare, perché no, a capire meglio il presente.

Lorenzo Guadagnucci

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Metti “Era un giorno qualsiasi” in forma teatrale

Massimiliano Filoni sta completando il testo teatrale che ha voluto trarre da “Era un giorno qualsiasi” e siamo quindi pronti al debutto, con la prova aperta che si terrà il 12 agosto, nell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, a Seravezza, in Versilia.

SeravezzaMassimiliano, che lavora per la cooperativa Giolli, specializzata nel teatro dell’oppresso, è quindi autore e interprete di una performance teatrale che include un ruolo attivo per il pubblico. Lui racconterà la storia contenuta nel libro, con aggiunte e sviluppi che nel libro non ci sono, ma senza tradirne lo spirito; al tempo stesso si sforzerà di stimolare in ciascuno una riflessione sul senso di ciò che racconta, sulla morale o sull’insegnamento che possiamo trarne.

E’ un modo per favorire  la formazione di un pensiero collettivo, frutto di un dialogo e di un approfondimento su fatti della storia che non vanno consegnati a celebrazioni che rischiano di mummificarli, annientando così il potenziale di comunicazione e cambiamento che contengono.

Massimiliano sarà accompagnato dalle musiche dal vivo di Vanja Buzzini; l’idea è di mettere a punto una performance che nei prossimi mesi possa essere accolte da scuole, teatri, associazioni, in modo da proseguire il ragionamento avviato con la pubblicazione del libro. L’appuntamento è dunque a Seravezza sabato 12 agosto 2017 alle 21, sul sagrato del Duomo

  • La mattina del 12 agosto Lorenzo Guadagnucci e Claudia Buratti guideranno una camminata da Valdicastello a Sant’Anna di Stazzema, lungo la mulattiera. A Sant’Anna, al termine delle cerimonie ufficiali, i partecipanti discuteranno insieme della memoria e della sua attualità.  

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Camminare cambia…

DSCF8004 (1).JPGAlla fine abbiamo camminato. Nove, in tutto, sabato fra Avenza e Pietrasanta (più due camminanti morali), una trentina domenica fra Pietrasanta e Sant’Anna di Stazzema. Oltre alla conversazione di gruppo pomeridiano, alla cena e all’incontro pubblico sulla resistenza nonviolenta di venerdì sera ad Avenza, al seminario sulla Nonviolenza oggi nel pomeriggio di sabato a Pietrasanta.

Camminare cambia… Magari poco, ma cambia.

QUI ALCUNE SELEZIONI DI IMMAGINI

di Zenone Sovilla

di Silvia Montevecchi

di Silvia Berruto

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La resistenza nonviolenta in Italia, venerdì 26 la serata ad Avenza

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Ecco il volantino della serata di venerdì 26 maggio ad Avenza, all’avvio del Seminario itinerante che si concluderà domenica 28 con la salita a Sant’Anna di Stazzema. Avremo gli interventi di Ercole Ongaro e Pietro Di Pierro.

Ercole è autore di un libro fondamentale per la comprensione delle dinamiche reali dell’opposizione non armata e della resilienza civile durante l’occupazione tedesca del nostro paese fra 1943 e 1945. E’ il periodo della Resistenza, ovviamente, ma la guerriglia dei partigiani è stata solo una parte del movimento di opposizione all’esercito tedesco e al regime fascista che lo sosteneva nel Nord Italia.

Nel suo libro Ongaro racconta numerosi episodi di resistenza non armata, di sabotaggio e non collaborazione,  episodi pressoché trascurati – o sottovalutati – dalla storiografia del periodo, ma che descrivono  un affresco molto ricco e molto articolato della dissidenza messa in pratica da migliaia e migliaia di cittadini. Costoro forse non furono eroi, ma la loro condotta – dignitosa, coraggiosa, indipendente – ci fa capire quanto sia importante ancora oggi coltivare un pensiero autonomo, un vigile senso di responsabilità. Le basi morali della repubblica affondano le radici anche nell’esempio dato da quella moltitudine di “resilienti”.

Se Ongaro descriverà un panorama nazionale della resistenza nonviolenta, Pietro Di Pierro ci introdurrà nella dimensione locale, sempre con lo stesso spirito: raccontare e fare tesoro degli esempi di resistenza non armata.

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Da Avenza a Pietrasanta, sopralluogo lungo la Francigena

Abbiamo fatto un sopralluogo sul percorso che vedrà impegnato il gruppo sabato 27 maggio da Avenza a Pietrasanta. Siamo partiti in quattro da Avenza (Lorenzo1, Camilla, Lorenzo2, Francesca) e a Massa si è aggiunta Elena.

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Il percorso è molto bello, attraversa le campagne dell’entroterra percorrendo strade poco frequentate, tocca il centro storico di Massa, consente di godere di bellissimi paesaggi collinari e rivieraschi. Si cammina prevalentemente su strade asfaltate secondarie, salvo un tratto iniziale lungo un sentiero. C’è un unico tratto poco piacevole, fra Massa e Montignoso, lungo la trafficata via Aurelia.

Il cammino è lungo, circa 29 chilometri, per un tempo di percorrenza di almeno 7 ore.

QUI IL PDF CON IL PERCORSO

Chi è poco allenato o non si sente di camminare così a lungo (considerato che il giorno dopo ci sarà l’ascesa a Sant’Anna di Stazzema), c’è la possibilità di accorciare il tragitto a piedi, arrivando solo fino a Massa (circa 11 chilometri da Avenza) e percorrendo l’ultimo tratto fino a Pietrasanta in treno.

Lungo il percorso si trovano bar e negozi da Mirteto-Massa in poi. Le segnalazioni sono ottime, tranne un passaggio prima di Massa (avvertiremo alla partenza).

Piccola indicazione di massima sulle calzature: si sono trovati meglio i tre che indossavano scarpe da ginnastica / jogging rispetto a chi portava scarponcini di trekking, ma la scelta è ovviamente individuale, in base alle proprie abitudini e preferenze.

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Un testo teatrale da “Era un giorno qualsiasi”, parte il crowdfuning

La storia, la memoria, la riflessione collettiva come motore per l’azione: il teatro dell’oppresso è una tecnica teatrale votata all’intervento sociale e alla trasformazione dello stato delle ed è quindi una bella cosa che la Cooperativa Giolli si sia avvicinata al libro “Era un giorno qualsiasi” con l’intenzione di trarne un  testo teatrale.

Parliamo di un teatro non convenzionale, che abbatte e riformula i ruoli fra attori e pubblico, scena e platea: il testo è una traccia che consente di elaborare insieme pensieri nuovi. Massimiliano Filoni, autore e attore di Giolli, sta lavorando al testo: la vicenda narrata in “Era un giorno qualsiasi” è il punto di partenza per un ampio discorso sulla storia del nostro paese, sul passaggio del fronte durante la seconda guerra mondiale, sulla resistenza e la resilienza, sulle radici della convivenza, sulla relazione fra memoria collettiva e vita civile e politica presente.

Massimiliano, accompagnato da Vanja Buzzini all’arpa, nell’estate scorsa è stato protagonista della lettura di brani tratti dal libro a Sant’Anna di Stazzema ed è lì che è maturata l’idea di fare un passo in più e investire tempo e professionalità per realizzare un testo teatrale completo, che possa riprendere i temi chiave del libro e proporli in altro modo.

Per sostenere il progetto è aperto un CROWDFUNDING con la modalità della donazione: la raccolta fondi serve a compensare il lavoro di Massimiliano e della cooperativa Giolli (autore ed editore hanno rinunciato ai rispettivi diritti monetari) e ad abbassare i costi, una volta che il testo sarà pronto, per chi vorrà ospitare lo spettacolo.

Per gruppi, associazioni, organizzazioni che parteciperanno al crowdfuning la donazione sarà anche un anticipo e una prenotazione dello spettacolo. 

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Un giorno a Sant’Anna, lungo la mulattiera

Manca circa un mese e mezzo al Seminario itinerante Avenza-Sant’Anna di Stazzema ed è quindi tempo di collaudare il percorso, per verificarne l’agibilità e misurare sul campo i tempi di percorrenza.

Ecco dunque un breve resoconto fotografico dell’ascesa compiuta il 30 marzo scorso, a partire da Valdicastello, lungo la mulattiera che sbuca in paese a Sant’Anna, all’altezza dei lavatoi.

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Mi sono unito a un gruppo messo insieme dalla sezione Anpi di Peretola (Firenze): in nove abbiamo raggiunto Sant’Anna a piedi mentre da Firenze arrivavano tre pullman carichi di ragazzi di una scuola fiorentina.

Il percorso inizia fra le ultime case del paese e si inoltra rapidamente nel bosco. Le tabelle del Cai dichiarano, come tempo di percorrenza, poco più di un’ora, ma noi ci metteremo di più, quasi due ore, sia perché abbiamo tenuto il passo lento, sia perché abbiamo un paio di soste per leggere qualche brano da “Un giorno qualsiasi”.

La mulattiera Valdicastello-Sant’Anna di Stazzema compare più volte nel libro. La percorrono Elena e Alberto per raggiungere il paese scelto dopo lo “sfollamento” e quindi la necessità di lasciare Fumetto. E’ la strada seguita da una delle quattro colonne tedesche salite a Sant’Anna per compiere l’eccidio; è la via che Alberto percorre più volte dopo la strage.

La pendenza fa sì che il percorso non sia una passeggiata da camminatori urbani, ma non ci sono passaggi difficili: in un paio di casi, a dire il vero, tocca scavalcare alberi  caduti due anni fa durante una tempesta di vento, ma tutti compiamo l’operazione senza particolari affanni.

QUI IL REPORTARGE RADIOFONICO SULLA CAMMINATA – DI FRANCESCA ReportageStazzema10.jpgMAGURNO PER RADIO CORA

Il tratto più ripido si presenta verso la fine del cammino, quando si rientra nel bosco, proprio sotto il paese, dopo avere percorso un breve tratto (poche decine di metri) lungo la strada asfaltata. Ma sono pochi metri e il traguardo è ormai in vista.

Nell’insieme è una camminata più che piacevole, quasi sempre al riparo delle piante (quindi ombreggiata) e spesso adiacente al torrente che corre a valle e che pare quasi, in certi momenti, un’installazione artistica, per il colore rosso ferro acceso, dovuto alla presenza di minerali nella roccia. Un piccolo spettacolo.

L’arrivo a Sant’Anna non delude: la primavera è bellissima e il clima tipico del paese – nel silenzio, nell’aura creata dalle vicende del ’44 – accoglie i camminatori, pronti a calarsi nella dimensione morale della storia.

Enrico Pieri, classe 1934, scampato alla strage nella quale perse l’intera famiglia, parla ai ragazzi dall’altare della chiesa e ogni sua parola, uno sprone a superare le logiche di guerre e di fedeltà all’ideale europeista, è ascoltata con attenzione e in silenzio dai ragazzi.

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